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McQueen

L’hanno definito in molti modi alcuni anche poco gentili, io penso che l’unico appellativo che calza a pennello per questo nome della Moda è genio. Credo che Alexander McQueen sia realmente l’ultimo grande genio della Moda, ancora nessuno è stato in grado di rivoluzionare la moda come ha fatto lui negli anni novanta e duemila.

La daysperience n°71 di oggi?

Al cinema per il documentrio su Alexander McQueen.

“McQueen” è un documentario diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui. E’ un documentario realistico, diviso in cinque atti che prendono il nome dalle sue sfilate più celebri.

Si mescolano scene di vita riprese dalla stessa mano di McQueen, i backstage delle preparazioni delle collezioni e le sfilate vere è proprie.

Non è un fashion film ma più un ‘indagine sulla persona, sui suoi rapporti più stretti, familiari e collaboratori si alternano per parlare della loro vita accanto a questo maestro. In particolare il rapporto con la madre e con Isabella Blow, sua musa e sostenitrice.

Con il suo lavoro ha creato un mondo parallelo che esisteva nella sua testa ed è stato “vomitato” nelle sfilate per stupire un pubblico affamato di novità.

Basta osservare la spring summer del 1999 per capire quanto McQueen fosse un precursore e un visionario, il finale della sfilata è un opera a sè, il rapporto tra macchina, uomo e moda, il tutto si mescola abilmente per stupire il pubblico e rimanere nella storia. I robot danzano con la modella e contemporaneamente ridisegnano l’abito con la vernice. Semplicemente straordinario.

Il grottesco diventa bellezza, la malattia mentale un’accessorio per stupire. Nella collezione del 2001 le modelle in una scatola di vetro interagiscono con il pubblico osservante, all’interno della scatola una seconda scatola, la scena finale della visione.

La luce di Lee (primo nome di Alexander McQueen) riesce a brillare sulla passerella e far diventare anche l’ombra arte. Ma spente le luci della sfilata rimaneva l’ombra che oscurava il genio. Genio e sdregolatezza, un clichè noto, ma il malessere di McQueen andava la di là dell’uso delle droghe o del successo ottenuto troppo in fretta. Dopo l’ultimo capolavoro Plato’s Atlantis, la spring -summer 2010, qualcosa si rompe definitivamente. Questa sfilata è considerata il suo capolavoro, il punto più alto del suo lavoro. La natura terrestre abilmente digitalizzata e ripetuta in infinite forme diventa aliena e subacque al tempo stesso. E’ l’evoluzione e al tempo stesso la somma di tutto il lavoro di questo genio.

Come emerge dal documentario, lo stesso McQueen era intenzionato a lasciare dopo questa sfilata. Lee perde due figure importanti della sua vita in breve tempo, la sua musa e la madre. Il grandioso quanto fragile Alexander non regge il peso di questi dolori e quindi la decisione del suicidio alla vigilia del funerale della madre.

Di lui, oltre alla griffe ci rimane la sua opera e a coloro che lo hanno conosciuto molto di più. Tra pochi giorni sarebbe stato il suo 49° compleanno. Quali altre prodezze avrebbe regalato ai suoi fan un genio di tale portata? Quando persone così carismatiche muoiono in giovane età mi chiedo sempre a quali vette sarebbero potute arrivare se avessero continuato il loro percorso.

Bologna 2019-03-12

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