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Olympia

Con quest’ultima mostra si conclude il mio viaggio nella IV edizione dell’unica biennale al mondo dedicata alla fotografia industriale e del lavoro. Ho avuto la fortuna di essere introdotto a questa mostra dallo stesso curatore Francesco Zanot che ha esposto il lavoro di David Claerbout.

La daysperience n°328 di oggi?

Olympiastadion in 1000 anni.

L’Olympiastadion fu progettato dall’architetto Werner March a Berlino per le famose Olimpiadi del 1936 e inaugurato all’inizio dei giochi da Adolf Hitler.

Le celebrazioni di inaugurazione delle Olimpiadi rappresentano anche il primo servizio televisivo al mondo e questo evento sportivo è entrato nella storia per diverse vicende come la vittoria di quattro medaglie d’oro da parte di Jesse Owens, un afroamericano, e la falsa leggenda del rifiuto da parte di Hitler di riconoscergli le vittorie.

Ricordo ancora che nel film con Jodie Foster, Contact, si utilizza proprio la proclamazione di Hitler dell’apertura dei giochi, quale segnale radio proveniente da altri pianeti, solo per citare un film e sottolineare l’importanza storica che si da all’evento anche nella cinematografia.

E’ quindi chiaro il motivo per cui l’artista ha scelto proprio il luogo dell’ Olympiastadion come oggetto della sua ricerca.

L’Olympiastadion, nel progetto originario doveva durare per 1000 anni quanto sarebbe durato il Terzo Reich.

Claerbout riprende questa ipotesi temporale per farne oggetto del suo imponente lavoro artistico e scientifico.

Attraverso migliaia di foto ha ricostruito lo stadio come doveva essere alle origini, prima dei rifacimenti degli anni sessanta, quindi come doveva apparire nel 1936.

Questa ricostruzione è stata immessa in un potente software di computer grafica in cui sono stati inseriti tutti i fattori e gli scenari climatici possibili in modo da elaborare una vita reale per questo edificio.

La vita delle piante e il degrado della struttura procedono all’interno del software ora dopo ora, giorno dopo giorno riferendosi alle reali condizioni atmosferiche di Berlino in quel luogo.

Due grandi schermi in una delle sale di Palazzo Zambeccari offrono al visitatore una panoramica su questo edificio “irreale” che vive insieme all’ambiente circostante in funzione delle condizioni reali dell’edificio esistente.

Questa mostra è anche l’imperdibile occasione per visitare Palazzo Zambeccari, uno dei palazzi privati più suggestivi di Bologna.

Il software è progettato per elaborare i mutamenti dell’edificio dal 2016 per 1000 anni, ma lo stesso autore non può conoscere i mutamenti che avverranno in futuro perchè il tempo in cui vive l’opera è reale.

Ogni 25 anni il software passerà di mano ad altri artisti o scienziati che lo implementeranno fornendo nuovi scenari plausibili.

Che sia questa la nuova frontiera della tecnosfera?

Avendo consumato tutto il territorio costruibile inizieremo a costruire territori virtuali in cui vivranno individui anch’essi virtuali in condizioni reali?

Bologna 2019-11-24

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